Le origini di Maniago sono legate alla sua posizione elevata, a guardia del sistema viario che conduceva dalla pianura alle Valli del Cellina, del Colvera e del Meduna. I più antichi abitatori si insediarono qui in età neolitica, come testimoniano i rinvenimenti di oggetti in ceramica e pietra nelle grotte del Monte San Lorenzo. Alla presenza romana, cui si devono alcune monete e iscrizioni, subentrarono i longobardi, che scelsero di stabilirsi ai piedi del Monte Fara, termine che in longobardo significa “famiglia”. A loro appartengono i frammenti scultorei inseriti nella facciata del Duomo. La prima attestazione documentaria di Maniago è il diploma del 12 gennaio 981, con cui l’Imperatore Ottone II di Sassonia conferma al Patriarca d’Aquileia Rodoaldo, il possesso delle terre comprese tra le acque del Cellina e del Rivo Corto, presso la chiesa di Marcadello, località corrispondenti all’attuale Rugo Storto e al Santuario di Madonna di Strada, a Fanna.

Dalla metà dell’800, e nonostante le due guerre mondiali, la città conosce una costante crescita come “piccola città” industrializzata, operosa e vivace, che ancor oggi trova il suo segno di distinzione nel settore delle coltellerie.

Appena sopra la cittadina, sul colle detto degli Olivi, si scorgono i ruderi del Castello, cioè quel che rimane dopo i ripetuti terremoti, non certo per gli assalti militari, che il massiccio fortilizio resse ripetutamente.

La domus patriarcale, il carcere e la forca per le impiccagioni si trovavano sulla sommità, racchiusi entro una prima cinta muraria; affacciata su un ampio cortile, l’antica Chiesa di S. Giacomo. Al di fuori, vennero costruite le case degli habitatores, protette da una seconda cerchia. All’esterno del Castello esiste ancor oggi una seconda chiesetta dedicata a S. Giacomo, edificata nel 1281. Il maniero superò indenne numerosi attacchi, da quello del 1309, messo in atto durante la lotta dei conti di Maniago contro il Patriarca Ottobono, alle incursioni turche e agli assedi asburgici del ‘500.

Danni considerevoli furono arrecati una prima volta dal terremoto del 1511, quando i Conti furono costretti a trasferirsi nella loro residenza in piazza, ma il castello rimase abitabile. Il sisma del 1630 lo danneggiò in maniera definitiva. Dopo il 1976 alcuni interventi di recupero hanno permesso di evidenziarne la struttura e le diverse stanze, nonché la collocazione delle quattro torri crollate nel 1511.

Un tempo chiamata piazza Maggiore, piazza Italia ha il suo centro nella monumentale fontana a pian­ta ottagonale e ac­coglie attorno a sé gli edifici più importanti della città: il Duomo di San Mauro, la Loggia, il palazzo d’Attimis, la chiesa dell’Immacolata. Realizzata in pietra d’Aviano, la costruzione della fontana risale al 1846-47 su progetto del maniaghese Luigi Marsoni.

Dalle forme semplici ed eleganti, il Duomo di Maniago costituisce uno dei più begli esempi di architettura tardo gotica in regione. Vi si accede attraverso due portali settecenteschi che si aprono sull’area sottolineandone il carattere raccolto.

Ben visibile dalla piazza, è il rosone, che rende inconfondibile l’immagine del Duomo.

L’interno, modificato e ampliato più volte nel corso dei secoli, è arricchito di numerosi elementi scultorei e di pregevoli opere pittoriche, tra cui l’Ascesa del Redentore fra Angeli, eseguita da Pomponio Amalteo nel 1558.

La filanda di via Battiferri racconta una storia di secoli, che ha come protagoniste le donne e le loro famiglie, i loro sacrifici e lo sforzo per guadagnarsi il pane. Per individuarne l’inizio, bisogna risalire all’ultimo ventennio del Settecento, quando, nelle campagne, venne introdotta una vera e propria novità: l’impianto dei gelsi per l’allevamento dei bachi da seta e l’attivazione dei fornelli per dipanare i bozzoli. In tal modo si è innescato quel processo che ha portato molte famiglie a collaborare alla tenuta dei bachi e alle fasi successive della filatura e tessitura, svolta principalmente dalle donne.

Nel corso dell’Ottocento, si registra un incremento di tali attività, dovuto alla possibilità che offrivano di integrare lo scarso reddito. La prima filanda a vapore per la lavorazione della seta grezza venne aperta nel 1855 da Giuseppe Zecchin nell’attuale Teatro Verdi. Nel 1872 toccò ad Osvaldo Rosa.

Agli inizi degli anni Venti, la tessitura era la seconda attività produttiva di Maniago dopo quella delle coltellerie e rappresentò il momento buono per l’apertura di un’altra filanda, che la ditta Zadro fece costruire allo sbocco della Val Colvera.

La costruzione originale, che si caratterizzava per le ampie finestre e la ciminiera annerita dal fumo, oggi non esiste più; al suo posto c’è l’edificio restaurato dopo il terremoto del ’76, che ne ha permesso la riqualificazione. Oggi ospita la Biblioteca civica.

A Maniagolibero Casa Zecchin è un esempio vivo di architettura rurale dei primi del Novecento, che dà al visitatore la possibilità di immergersi nel passato e di conoscerne gli aspetti collegati alla vita di ogni giorno. Oltre all’arredo d’epoca, vi si trova un percorso fotografico che illustra le diverse attività che si svolgevano nella casa e nei campi. Oggi la casa e il suo cortile sono scenario suggestivo per mostre e concerti.

Centro importante per lo svolgimento della vita culturale della città, il Teatro Verdi nacque nei locali del setificio a vapore Zecchin. Il Teatro Sociale divenne poi Cinema Centrale, con le prime proiezioni di cinema muto; successivamente Cinema Dopolavoro e Cinema Verdi.

Nel 1982 fu chiuso. Nel 2000 la riapertura nella veste originaria di teatro, con una ricca stagione di prosa, ormai appuntamento fisso di un pubblico sempre più vasto.

Maniago sorge circondato da un territorio naturale molto vario, delimitato a ovest dal corso del Cellina che, superata la stretta di Ravedis con il suo lago artificiale, sbocca in pianura; a est dal torrente Colvera proveniente dai monti Jòuf e Ràut; a nord si eleva il Monte Jòuf, un tempo risorsa per gli abitanti del luogo, oggi meta di escursioni ed emblematico per la ricchezza della sua flora; a sud si estende l’area dei Magredi, una prateria di tipo steppico vero scrigno di farfalle e fiori spesso endemici, habitat ideale per molte specie di uccelli, come l’occhione e il corriere piccolo, che nidificano tra i sassi.

Un ambiente così vario offre numerose possibilità: dai sentieri sui Monti Jòuf e San Lorenzo, percorribili a piedi o in mountain bike, alle escursioni a cavallo nei Magredi, dall’arrampicata in Val Colvera al volo con parapendio.

Un cancello d’epoca in ferro battuto segna l’ingresso al Parco urbano, un’ampia area verde prossima al centro, già pertinenza del palazzo dei Conti e oggi proprietà comunale aperta al pubblico. Molto ricca la varietà di alberi presenti: pini, abeti, faggi, ippocastani, carpini che si alternano lungo un percorso ideale per una tranquilla passeggiata. In primavera e in estate il parco diventa ambiente privilegiato per mostre di pittura, esposizioni a carattere naturalistico, giochi e animazione per bambini e ragazzi. In città si possono praticare diverse attività sportive nelle aree attrezzate: campi da tennis anche coperti, piscina, campi da calcio, area per il tiro con l’arco, bocciodromo, palestra.

Maniago è attraversato dalla ferrovia pedemontana non elettrificata nata nel 1930 per collegare Sacile e Gemona.

Oggi che i pendolari sono pochi a causa dell’utilizzo di mezzi di trasporto diversi, la ferrovia è stata inserita in un progetto di valorizzazione turistica per incentivare, sull’esempio di altri paesi europei, il trasporto treno+bicicletta, predisponendo una rete ciclabile parallela che prende il nome di Itinerario pedemontano pordenonese.

Il percorso è inserito nella rete ciclabile nazionale proposta dalla FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) a costituire un tratto della ciclovia 12 denominata “Via Pedemontana Alpina”, che disegna un grande arco alla base delle Alpi dal Friuli Venezia Giulia al Piemonte.