Lo stemma

Nel 1942 Enrico De Torso, uno stimato araldista, propose uno stemma per il comune di Barcis che ne era privo: la chiesa in fiamme che alludeva all’incendio del 1611 che “incenerì Barcis”; la strada tra le montagne che ricordava “il primitivo nome di Barcis (…), Warcis”, forse varco; le acque del Cellina a fondovalle.

Da Barcis risposero che volevano anche le barche. Presto fatto: la chiesa parrocchiale di Barcis è intitolata a S. Giovanni Battista; uno dei suoi attributi è l’Agnus Dei, l’Agnello di Dio, cioè Cristo. Bastò mettere San Giovanni su una barca con un agnello in braccio e la bandiera crociata. Nel 1944 il paese venne dato alle fiamme dai nazifascisti e la proposta di Del Torso finì bruciata. Dal 1954 il Cellina forma il lago di Barcis e dal 1989 il Comune è dotato di stemma e gonfalone che rappresentano due montagne, il lago e una barchetta con un solo remo.

 

Il sentiero “dei carbonai”

Il sentiero “dei carbonai” di Barcis sarà nuovamente utilizzabile grazie alla prossima riqualificazione da parte del Comune. Si tratta di un sentiero storico che, partendo dalla Val Pentina, collegava le strutture di fondovalle con le malghe Le Valli e Caulana fino ad arrivare a Piancavallo. Gran parte del tracciato si snoda su terreno demaniale o in terreni privati con servitù di passaggio e servirà per un rilancio del turismo escursionistico ed equestre.

 

Foresta Regionale del Prescudin

Il torrente Prescudin è un piccolo affluente del Cellina; il suo bacino è di proprietá dell’Azienda Regionale dei Parchi e delle Foreste. Dal 1969 questo territorio è una riserva naturale orientata a scopi prevalentemente scientifici con finalitá di “bacino idrografico rappresentativo sperimentale”. I 1650 ettari di boschi, ghiaie e rocce vengono costantemente monitorati al fine di studiare i rapporti tra clima, suolo e vegetazione. Al Prescudin si accede percorrendo la S.S. 251 della Valcellina; a circa 3,5 km da Barcis, in località Árcola, svoltando a sinistra si imbocca la stretta strada che, attraversato il torrente Cellina, conduce dopo altri 3,5 km in tortuosa salita alla località Palazzo a quota 640 m s.l.m. L’accesso è vietato alle auto mediante la sbarra posta poco prima del ponte sul Cellina. Al grande edificio principale, chiamato anche Villa Emma, si aggiungono altre costruzioni e aree attrezzate con panche e tavoli. I fabbricati sono destinati prevalentemente a gruppi e comitive che svolgono attività di ricerca e osservazione naturalistica, nonché escursionismo finalizzato alla conoscenza ambientale. La radura è il punto di partenza per i numerosi itinerari che si addentrano nella valle ma può rappresentare già una meta a se stante per una piacevole passeggiata famigliare nella quiete della foresta del Prescudin. La sosta è possibile anche presso i bivacchi Val di Zea, sotto il Crep Nudo, e Groppa Pasteur sotto il Monte Messer, raggiungibili con percorsi di medio impegno, mentre la salita alle cime oppone difficoltà alpinistiche anche elevate.

L’area comprende vaste estensioni di boschi caratterizzati dalla cospicua presenza di faggi, che dal fondovalle risalgono i versanti fino alla base delle pareti rocciose; e poi boscaglie a carpino nero, orniello e pino mugo, pinete a pino nero; e saliceti di fondovalle. La formazione forestale nei dintorni di Villa Emma, costituita esclusivamente da abete rosso, è totalmente artificiale ed è stata impiantata negli anni Sessanta.

Tra le specie floreali spiccano il cicerchione e il giglio rosso.

La fauna comprende il capriolo, piuttosto comune, il camoscio oltre il limite della vegetazione arborea, la volpe, il tasso, la faina, la martora, la donnola, la puzzola e l’ermellino. Tra i piccoli mammiferi ricordiamo lo scoiattolo e il ghiro, che ha abitudini di vita notturna, la lepre alpina, specie che nella stagione invernale diviene completamente bianca, eccetto la punta delle orecchie, che resta nera. Fra i piccoli roditori ancora più piccoli ci sono i topi campagnoli e le arvicole; va ricordato anche il riccio, vorace insettivoro con abitudini prevalentemente notturne. Infine l’avifauna del Prescudin è interessantissima e ricca di specie: dai rapaci quali l’aquila reale, la poiana, lo sparviero, il gheppio, l’astore, il gufo reale ai tetraonidi quali il gallo cedrone e il forcello, il francolino di monte e la pernice bianca.

 

Pedemontana

Le magre pianure volgono
con poligoni di casematte
e assedi di girasoli
all’ossario dei greti…
qui giunge l’ora.

Inchioda il sole allo zenit
la porta di subitanei monti,
ma furtiva e turchese
la lama del Cellina
recide un lungo filo
di ghiaie e assenza. 

Lionello Fioretti

 

Parco faunistico di Pian Pinedo

Situato in località Piana di Pinedo, tra i Comuni di Claut e Cimolais, il Parco Faunistico copre un’area di 35 ettari, singolare per la biodiversità e un microclima d’alta quota che lo rende simile alle vette più alte delle Dolomiti Friulane.

Il Parco è nato con la duplice finalità di salvaguardare le specie animali presenti, naturalmente e introdotte, e di offrire al pubblico l’occasione di un contatto con la natura. Passeggiando per i sentieri il visitatore può incontrare alcune specie di animali selvatici, dai più socievoli cervi agli schivi caprioli, agli agili camosci. A completare le splendide opportunità del Parco, il Sentiero Botanico presenta una ricchissima varietà di specie vegetali.

Il Centro Visite, costruito in legno e pietra seguendo il modello dell’architettura locale è dotato di una stazione multimediale che consente di percorrere virtualmente il sentiero botanico e le aree faunistiche occupate da cervi, caprioli, camosci e stambecchi, anche ascoltandone i versi.

 

Toponomastica

Andreis deriva da un ‘andri’ che significa antro o caverna.

Bosplàns in origine era Selvaplana. Succesivamente diviene Bosplans cioè bosco piano. Il monte Fara sembra derivare da ‘terreno di nobili longobardi’.

La Cellina prende probabilmente il nome da Caelina, la città scomparsa che si trovava in prossimità di Montereale.

Alba significa bianco, pulito; Ledròn deriva da portatore di sostanze melmose.

Susaibes, dove nasce l’Alba, voleva dire “sotto la sorgente”.

 

Museo Etnografico

Il Museo, cellula dell’Ecomuseo “Lis Aganis”, è luogo di memoria nel quale si custodiscono oggetti che testimoniano la vita, la cultura e le tradizioni di Andreis, in particolare della prima metà del XX secolo.

Vi si possono trovare delle ricostruzioni di ambienti caratteristici come la malga, luogo di produzione del latte e del formaggio, ma anche la cucina andreana, fulcro della casa raccolta attorno al caratteristico focolare.

Gli oggetti esposti illustrano procedure, tecniche e materiali degli antichi mestieri tra i quali un posto speciale spetta ai sedonèrs, celebri ed abilissimi intagliatori di utensili in legno. I loro prodotti venivano esportati in pianura, grazie al sacrificio delle donne, che viaggiavano a lungo attraversando le vallate a piedi. Oggi i sedonèrs lavorano ancora con maestria, ma manca un numero sufficiente di allievi che ne tramandi la tecnica ed i segreti.

Altri mestieri documentati in museo sono la lavorazione dell’osso per la produzione di pettini e tabacchiere e il confezionamento delle scarpetès (calzature friulane con la suola di pezza e la tomaia in velluto). Vi sono poi testimonianze che riguardano lo svolgimento delle attività agricole come la fienagione, il taglio e il trasporto del legname sui torrenti tramite fluitazione.

A “raccontare” la cultura locale ci sono infine le antiche maschere del car­­ne­vale e le raganelle pasquali (cràceles), perni di legno sui quali viene montata una piccola ruota con dei denti in metallo, che strisciando producono un forte rumore.

 

Sentiero natura del “Mont Cjavac”

Questo percorso circolare offre un importante e suggestivo spunto sulle peculiarità geologiche che caratterizzano il territorio del Parco, raggiungendo nella zona di Andreis il più alto grado di spettacolarità. In questa zona è infatti possibile osservare il fenomeno geologico noto come “sovrascorrimento periadriatico”. Sulla sponda del torrente Susaibes, incontriamo poi la sorgente detta “Aga dal Muscle”. La zona è particolarmente interessante per l’osservazione avifaunistica dei numerosi rapaci e uccelli che trovano qui il loro habitat ideale.

Partenza e arrivo: centro paese; dislivello: 330 m in salita; tempo indicativo: 4 ore; segnavia: CAI 975-976 nella parte iniziale.

 

Area avifaunistica di Andreis

L’area avifaunistica di Andreis è una struttura del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane che comprende un centro di recupero per i rapaci feriti, una moderna e ben attrezzata saletta didattico-ornitologica, una mostra permanente dedicata agli uccelli del parco, un laboratorio naturalistico e alcuni sentieri natura nei dintorni del paese.

Il centro di recupero è costituito da un ambulatorio veterinario e da 10 voliere di diverse dimensioni, poste sopra l’abitato di Andreis. Alcune di queste ospitano gli uccelli che in seguito ad incidenti hanno subito lesioni che non consentono loro di vivere autonomamente; una voliera più grande ha lo scopo, invece, di riabilitare al volo quelli che, una volta guariti, potranno essere rimessi in libertà.

Gli uccelli che giungono feriti al centro sono soprattutto rapaci e necessitano di trattamenti diversi, a seconda del danno subito: dopo la visita del veterinario vengono operati o semplicemente medicati e quindi rico­verati per alcuni giorni in piccoli box, dove sono obbligati a movimenti limitati. Successivamente vengono trasferiti nelle voliere di ambientamento e di recupero al volo. Se il danno non è irreversibile l’animale, una volta guarito, viene rilasciato. La liberazione è un momento molto importante per compiere un’efficace opera di sensibilizzazione, proponendola alle scolaresche o ai gruppi che intervengono come atteggiamento corretto verso gli animali selvatici e, più in generale, verso l’ambiente naturale.

In caso di ritrovamento di uccelli feriti occorre fornire tutte le informazioni possibili (data e luogo, motivo anche presunto dell’inabilità, ecc.), dati che potrebbero anche essere utili per le cure, vanno quindi contattati il Comune Andreis, il Parco Naturale Dolomiti Friulane, il Corpo forestale regionale oppure il Servizio Caccia Pesca della Provincia di Pordenone.  

 

Sport in Valcellina

Il Consorzio Valcellina organizza una serie di attività per offrire agli appassionati la possibilità di vivere un’espe­rienza unica, emozionante, a contatto con la montagna e con la natura incontaminata.Le proposte turistiche sono molte e sono pensate sia per gli esperti sia per i semplici amanti della natura: dalle escursioni con le racchette da neve in mezzo ai boschi di larici ai mini corsi di sopravvivenza, dall’insegnamento dell’attività di

riconoscimento ed inseguimento di piste animali all’orienteering in ambiente wilderness, dallo snow rafting alle arrampicate su ghiaccio.

Coloro che non temono il freddo possono pernottare nel Villaggio Igloo, a 1600 m di altezza sul Monte Resettum, sopra Claut. Tale iniziativa, oltre a rappresentare un’offerta alternativa di contatto con la natura, permette agli appassionati di montagna di apprendere un sistema di sopravvivenza ad alta quota, che in caso di necessità consente di affrontare anche bassissime temperature.

 

Tradizioni alimentari

L’alimentazione nelle valli del Parco delle Dolomiti Friulane si basava sostanzialmente su quello che veniva offerto dall’ambiente, vista comunque la limitata disponibilità di risorse agricole e di strutture produttive. I pasti tradizionali pertanto comprendevano: polenta, legumi, derivati del latte, carne e uova. Molto diffusa era anche la pratica della caccia, dalla quale si traeva doppio beneficio: la vendita delle pelli dei capi e l’utilizzo della carne come alimento.

Oggi possiamo trovare diversi locali che preparano e offrono piatti e prodotti di “una volta”, tipici e tradizionali come per esempio:

Frico. Formaggio fritto, rosolato in un tegame insieme a quattro o cinque patate tagliate a pezzi e a una cipolla. A fine cottura viene aggiunto del formaggio fresco per permettere di ottenere una crosta su entrambi i lati. Il frico lo si può trovare anche nella versione senza patate, con formaggio più stagionato e uova. Indispensabile per assaporarne il perfetto gusto è abbinarlo alla polenta.

Insalata di Tarassaco e lardo. Il lardo in questo caso è utilizzato come condimento; deve essere di una varietà coriacea e a colletto duro per evitare che avvizzisca e va rosolato in poco olio finché diventa croccante. Si “spegne” con aceto e quindi si versa sulle foglie di tarassaco crude aggiungendo eventualmente sale, pepe e olio.

Frégole (Briciole). Far bollire in una padella un po’ d’acqua insieme a un pezzetto di burro e all’”erba delle fregole” (Ruta muraria). Successivamente aggiungere farina di mais e mescolare il tutto fino ad ottenere un impasto non compatto, come piccole palline dorate (dette appunto “fregole”) da consumare nel latte.

Frittata con le erbe. Famosa frittata friulana: insieme all’uovo vengono amalgamate diversi tipi di erbe quali Silene vulgaris, turioni di Pungitopo, Tarassaco, punte di ortica.

Pestìth. Si raccolgono le rape bianche parecchi mesi prima, poi si immergono brevemente in acqua bollente e sale e si lasciano macerare in un mastello di legno con la propria acqua, finché acquistano un sapore acidulo. Si tritano e si versano in una pentola, dopo aver fatto rosolare la cipolla in olio e aglio, aggiungendo acqua. A metà cottura unire delle fette di salame nostrano appena rosolate nel burro e verso la fine un po’ di “Scòt di polenta” (acqua amalgamata con farina di mais).

Zuppa di ortiche. Far soffriggere una cipolla in una pentola. Aggiungere una patata grattugiata e foglie fresche di ortica, diluire con brodo e salare. Cuocere a pentola coperta e, se necessario allungare con acqua bollente.

 

Un insaccato speciale

Nel territorio della Valcellina e della Val Tramontina viene prodotto un insaccato che, a seconda del luogo di provenienza, prende il nome di peta (Andreis), pitina (Val Tramontina) o petuccia (Claut).

Nel passato la carne usata per la peta variava a seconda della disponibilità del momento ed era legata alla necessità di recuperare in fretta capre, pecore e bovini feriti o deceduti accidentalmente oppure selvaggina volutamente uccisa.

La definizione di insaccato, nel nostro caso, è estremamente appropriata visto che si tratta di carne triturata finemente con l’aggiunta di sale, pepe e semi di cumino, inserita dentro una tela di sacco di canapa a trama larga, preferita alla tela di lino a trama fitta che rallenta l’essicazione.

L’impasto, una volta amalgamato con le spezie, un tempo veniva steso e compresso entro la tela fino a formare una specie di pasta estremamente sottile. Cuciti i margini del sacco, veniva posta ad essicare sopra un tralicio nella “cjasa da fum”. A stagionatura avvenuta, l’insaccato veniva tagliato a strisce e mangiato crudo o cotto al tegame con l’aggiunta di un filo d’aceto ed accompagnato con polenta.

Oggi ad Andreis l’impasto viene generalmente insaccato nel budello di manzo; la peta si presenta quindi come un salame (20 cm di lunghezza, 4-5 di diametro) che viene appeso nell’affumicatoio.

In Val Tramontina con la carne tritata si formano a mano o con l’ausilio di stampi, delle polpette a forma semisferica, tronco-conica o cilindrica, del peso variabile dai 120 gr ai 900 gr, che vengono pressate, passate nella farina di mais e quindi posizionate nell’affumicatoio, su delle graticole dette grisiolis.

La parola “peta” è comunque da sempre sinonimo di “schiacciata, compressa, appiattita” ed è quindi la radice che ha generato in altri paesi e località il nome “petuccia” e forse anche quello di “pitina” o “petina”.

Ad Andreis la peta viene prodotta ormai solo in famiglia e per il proprio consumo, mentre le produzioni commerciali avvengono nei comuni limitrofi.