Comprensorio Col delle Palse
Il sentiero ad anello denominato “comprensorio Col delle Palse” si trova tra i comuni di Budoia e Polcenigo, ed è stato realizzato per valorizzare una zona ricca di peculiarità geologiche, faunistiche e vegetazionali. L’itinerario di circa 10 km con partenza da Casera della Valle Friz o da Casera Val di Lama, è stato ideato per essere percorso in mezza giornata di cammino senza difficoltà, attraversando alcuni dei punti più interessanti della zona: Casera Bachet, Col delle Palse, Bus del gias, Casera Ceresera.
Festa dei funghi e dell’ambiente
L’abbondanza e la straordinaria varietà di funghi del territorio di Budoia e della Pedemontana vengono “celebrate” ogni anno dalla “Festa dei funghi e dell’ambiente”, durante il mese di settembre.
In tale occasione, la pro loco offre al pubblico non solo la possibilità di gustare la produzione micologica locale, ma anche di conoscerla meglio grazie specialmente alla Mostra Micologica Regionale, che costituisce la rassegna principale della manifestazione.
Vi vengono esposte circa 400 specie fungine, identificate da cartellino e da una serie di informazioni relative alla commestibilità ed alle caratteristiche.
Per rendere possibile una mostra di tali dimensioni è necessario che decine di conoscitori compiano ben due raccolte e che una ventina di micologi attuino minuziosi controlli. Durante la festa anche i cortili della cittadina si animano grazie all’esposizione “Vecchi oggetti della vita paesana”.
I funghi sono degli alimenti eccellenti, grandi protagonisti della gastronomia autunnale.
Ma è proprio vero che l’autunno sia la stagione tipica dei funghi? Tradizionalmente viene considerata tale per la varietà e la gran quantità reperibile in questo periodo.
In realtà i funghi nascono in ogni periodo dell’anno: ogni specie ha il suo periodo di crescita preferita e talune specie, in verità rare, crescono tutto l’anno.
In inverno troviamo poche specie e per lo più dove non c’è neve. Due di esse (Pleurotus ostreatus e Flam-mulina velutipes) sono tipicamente invernali e non spuntano se non con i primi geli o addirittura sotto la neve.
I funghi di primavera non sono numerosi né per quantità né per varietà. In compenso appartengono ad alcune specie tipiche particolarmente pregiate, che crescono in habitat ben localizzati. In primavera non si va mai a caso nel bosco: il ricercatore esperto sceglie accuratamente il posto e soprattutto la specie che vuole raccogliere.
L’estate è un tutt’uno con l’autunno: la grande stagione dei funghi inizia alla fine di maggio e termina con i primi freddi di novembre con le ultime grandi raccolte dei chiodini (Armillariella mellea).
La memoria della resistenza.
In prossimità della Casera Val di Lama si trova un cippo a forma di altare, costruito con i sassi della montagna per commemorare il partigiano Giovanni Zambon, ucciso dai nazisti nel 1944. Proseguendo in prossimità della Casera Campo che nel 1945 ospitava un distaccamento di partigiani osovani, si incontra un secondo cippo dedicato a Pietro Maset “Maso”, comandante osovano deceduto in combattimento con i nazisti il 12 aprile del 1945.
Il Baler
In piazza a Dardago non si ha mai la sensazione di essere soli. Questo succede perché c’è il Baler. Lui è arrivato in paese tra il 1854 ed il 1863 e quindi deve avere circa 150 anni. L’hanno chiamato così perché fa dei frutti globosi, sferici che sembrano delle “bale”. Il Baler è un platano (Platanus hybrida Brot) ed è sicuramente una delle prime cose che vengono in mente quando si pensa a Dardago. L’albero presenta una caratteristica cavità nel fusto. È un’antica ferita inflittagli, quando era giovane, da due cavalli e un asino che erano stati legati al suo tronco. Impauriti da un violentissimo temporale gli animali, nel tentativo di liberarsi, danneggiarono la corteccia della pianta e successivamente si sviluppò la cavità.
La musica
Budoia e Dardago vantano anche una lunga tradizione nell’arte organaria con la creazione e costruzione di strumenti di notevole fattura. Per valorizzarla ogni anno si tiene una rassegna musicale organizzata dall’Associazione Musicale XX° Secolo.
Il “sentiero delle lame”
Il “sentiero delle lame” è il risultato di un progetto di ripristino delle aree umide di alpeggio da parte del comune di Budoia che collega cinque luoghi: Malga Campo, Casera della Valle Friz, Casera Bachet, Bus del Gias e I Fanghi. Le lame, pozze d’alpeggio di origine naturale o antropica, sono delle piccole conche dal fondo impermeabile in cui si raccolgono le acque piovane e lo scioglimento delle nevi. Fondamentali per le attività zootecniche in montagna, esse costituiscono anche degli interessanti ecosistemi che offrono rifugio a diverse specie animali e vegetali. Il ripristino e la manutenzione di tali zone ha anche lo scopo di conservare un ambiente favorevole alla riproduzione di tre specie di anfibi: il tritone (Triturus carniflex), l’ululone dal ventre giallo (Bombina variegata) e la salamandra (Salamandra atra aurorae), specie rare che risultano minacciate sia a livello nazionale che regionale.
Santa Lucia di Budoia
C’era una volta una giovane e ricca fanciulla di nome Lucia. Abitava con la sua famiglia a Siracusa, in un lussuoso palazzo che dominava il centro della città. Era una ragazza molto amorevole e generosa: aveva una parola gentile per tutti e soprattutto amava i bambini, con cui giocava e a cui faceva doni inaspettati, per il piacere di vederli sorridere.
Un giorno, un giovane nobile la chiese in sposa ma lei si rifiutò. La madre desiderava tanto che Lucia lo sposasse:
“E un ragazzo ricco e di buona famiglia – le diceva –, il marito che tutti desideriamo per te”.
Ma Lucia amava già un altro giovane, un pastore povero dall’animo buono, e in nome di quell’amore era pronta anche a disobbedire alla volontà della sua famiglia. Il nobile pretendente era un uomo crudele e pieno di sé e quando seppe del rifiuto di Lucia, ferito nell’orgoglio, disse che l’avrebbe bruciata. La fanciulla, spaventata, pregò Dio affinché le desse il coraggio di resistere al fuoco e, poiché era sempre stata molto buona e gentile, il suo desiderio fu esaudito. Quel giovane malvagio, visto che Lucia non veniva toccata dal fuoco, infuriato sfoderò la spada e ferì la fanciulla, lasciandola a terra moribonda. Da allora nessuno a Siracusa vide più Lucia; tutti la credettero morta, ma una leggenda narra che il giovane pastore, che ricambiava l’amore della fanciulla, la salvò portandola in un luogo sicuro, lontano da quel nobile crudele, su un monte dove poteva vivere per sempre serena e felice, sul Monte Cavallo.
Quando la fanciulla si trovò in salvo su quella montagna, ringraziò il suo amato e Dio e promise che per tutta la vita avrebbe fatto del bene ai bambini, che tanto amava. Così ancora oggi Lucia vive nascosta sul Cavallo ed è la stessa Santa Lucia, oramai vecchia e quasi cieca, che ogni anno il 13 dicembre i bambini aspettano emozionati. Scende dal Monte su un carretto pieno di doni, trainato da un asinello. I piccoli mettono davanti alle porte di casa fieno, latte o semola per l’animale e biscotti per la santa.
Nessuno la può vedere quando di notte arriva nelle case e lascia i suoi doni. Ma a Budoia un tempo, nei giorni che precedevano il tredici dicembre, gli uomini passavano nelle strade suonando un campanello, per rendere più suggestiva l’attesa, perché nei dintorni del paese qualcuno narrava di averla vista.
Per ringraziare questa donna della sua bontà, un giorno gli abitanti di Budoia decisero addirittura di chiamare una frazione Santa Lucia e lì si dice che ancora oggi, nascosta tra le vecchine del paese, ogni tanto Lucia scenda dal Monte e vada a trovare in segreto i suoi cari bambini.
(da Fiabe e leggende del Monte Cavallo, Francesca Orlando,
ed. Santi Quaranta, 2004)
Padre Marco d’Aviano
La minaccia incombente dell’invasione turca fu la causa della formidabile impresa che ebbe come protagonista Padre Marco d’Aviano, personaggio di cui la cittadina e l’intera regione vanno fieri. Nato il 17 novembre 1631 nella borgata di Somprado, Carlo Domenico Cristofori fu frate capuccino colto e di profonda spiritualità, che divenne presto famoso in tutta Europa per essere grande predicatore e taumaturgo. Compì diversi miracoli tra cui forse il più sorprendente è la resurrezione di un bimbo, il cui corpo ormai privo di vita gli era stato portato affinchè lo battezzasse. L’imperatore Leopoldo d’Asburgo invocò il suo aiuto nel 1683, quando i turchi assediavano Vienna. Padre Marco vi giunse prontamente con un esercito di coalizione. Il 12 settembre, innalzando il crocefisso di legno come stendardo, egli, con fede e calore, spronò i soldati a difendere strenuamente la cristianità.
L’entusiasmo fu grande tra le truppe che costrinsero i nemici a ritirarsi. Da allora ebbe inizio la progressiva liberazione dell’Europa dalla minaccia turca. Padre Marco si dedicò successivamente ad una delicata opera diplomatica in favore della stabilità e della pace tra i regni europei. Morì il 13 agosto 1699 ed al momento della morte pare che i suoi familiari abbiano visto una forte luce in fondo all’orto della casa natale, in via Cristofori, laddove oggi sorge un capitello affrescato. Gli Asburgo gli riservarono l’onore che spettava ai loro regnanti: essere sepolto nella Cripta dei Capuccini a Vienna, dove gli è stato innalzato pure un monumento. Nel 2003 Giovanni Paolo II proclamò padre Marco beato.
”Il Monte Cavallo – iniziò a raccontare il vecchio – non è un monte qualunque. Esso è custode di molti segreti, di mille incantesimi, dimora di esseri straordinari. Il cavallo con la croce sulla fronte è lo spirito del monte, l’angelo protettore di tutto il territorio che si stende ai suoi piedi. Gli uomini non lo sanno, ma l’animale li protegge e custodisce i loro desideri e le loro più segrete speranze. Guarda – disse indicando il cielo che si scorgeva dalla finestra aperta –, dal monte si possono ammirare tutte le stelle, ed ogni stella è il sogno di un uomo…”
(da Fiabe e leggende del Monte Cavallo, Francesca Orlando, ed. Santi Quaranta, 2004)
Santuario di Madonna del Monte.
“… Che la mia immagine venga venerata in questo luogo con un tempio e un altare a me consacrati”. Ha inizio così la storia del Santuario della Parrocchia di Marsure, situato sopra la borgata Costa. Era la mattina dell’otto settembre 1510 quando la Vergine apparve ad un devotissimo contadino di Aviano, tal Antonio Zampara, fermatosi ad un capitello per rendere il quotidiano omaggio alla Madonna. Tutti rimasero colpiti da tale avvenimento e nel 1517 fu dedicata alla Vergine una cappella destinata alle celebrazioni in memoria dei defunti, già presente nel 1440 nel luogo oggi occupato dal santuario. Mentre la sensibilità della popolazione cresceva, anche il senato della Repubblica veneta accordava nel 1584 il benestare per l’edificazione, cosicché un grande tempio fu consacrato dal Vescovo Matteo Sanudo nel 1615. Ciò che oggi si può ammirare è un imponente edificio costruito nel 1908-1909 dal progetto dell’architetto Rinaldo da Venezia che si trova ad un’altezza di 340 metri e si può raggiungere dalla borgata di Costa attraverso una strada lunga circa un chilometro. Immerso nel verde e in un silenzio quasi irreale, è conosciuto anche come la “basilica d’argento” a causa della cupola ottagonale rivestita di metallo che lo sovrasta. Questa, riflettendo i raggi solari, permette di scorgere la costruzione fin dalla pianura sottostante. All’interno, l’altare maggiore ospita la statua della Madonna del Monte, opera dei maestri scultori della Val Gardena, acquistata negli anni venti e benedetta dal Papa Pio XI. Molto importanti anche i due altari laterali in stile barocco, entrambi in legno dorato e presenti nell’antico Santuario. Quello di sinistra, risalente al XVI secolo, ospita al centro la statua della Madonna con il bambino. Alla destra di questa si trova la statua di S. Rocco, invocato contro la peste e le malattie, mentre alla sinistra si colloca quella di S. Antonio Abate, protettore degli animali domestici. Le tre statue sono copie del carnico Renato Puntel, mentre gli originali, attribuiti alla scuola di Giovanni Martini da Udine, sono conservati nella parrocchia. L’altare di destra (XVII-XVIII secolo), invece, dedicato alla raffigurazione di Cristo Redentore, sembra opera di Ghirlanduzzi. Da segnalare anche due dipinti moderni inseriti dopo gli ultimi restauri, ovvero l’Annunciazione e Maria Madre della Chiesa, rispettivamente di Antonio Boatto e Arrigo Boz.
Il luogo di culto, accessibile anche nei giorni feriali, è sede di due messe festive, una alle 11 e l’altra alle 18 (ore 16 nel periodo invernale). È, però, la Natività di Maria, celebrata l’otto settembre, la ricorrenza più significativa per pellegrini e devoti che annualmente vi partecipano.
Le stelle alpine
Nei primi decenni del Novecento ma forse già nella prima metà dell’Ottocento, quando il Friuli faceva parte dell’Impero austroungarico, gli abitanti di Giais incominciarono a raccogliere e a lavorare le stelle alpine a scopo commerciale.
In nessun altro paese della Pedemontana e della regione fiorì una simile attività artigianale, perché soltanto sui monti della zona questi fiori crescevano tanto numerosi e belli. In un primo periodo, il territorio su cui si svolgeva la raccolta si estendeva sui monti delle Prealpi occidentali, lungo tutta la dorsale del gruppo del Monte Cavallo, fino ai comuni di Montereale e Barcis (Monte Tremol, Cima Manera, Candaglia, Forcella di Giais, Valfredda e Monte Ciastelat).
Dopo la seconda guerra mondiale il campo di ricerca si allargò alle montagne dei comuni di Budoia, Polcenigo, Caneva, fino al Pian Cansiglio.
La raccolta delle stelle alpine si effettuava dalla fine del mese di giugno – quando sbocciavano i primi fiori nel versante sud delle Prealpi, più esposto al sole – alla metà del mese di agosto, con gli ultimi esemplari sulle cime più alte e fredde, nelle fessure della roccia nuda. Le stelle erano rigogliose e ben visibili perché le mucche e le pecore, al pascolo, mangiavano l’erba ma non questi fiori, coperti di lanuggine e dal sapore amaro.
Le piantine venivano recise con cura, non sradicate, e deposte negli zaini.
A sera i raccoglitori ritornavano nelle loro case dove li attendevano le donne più anziane che procedevano ad immergere gli steli in tinozze d’acqua e, al mattino successivo, contavano i fiori in numero di cento per mazzetto. Una persona poteva raccogliere in un giorno dai tremila ai diecimila esemplari.
I mazzetti venivano poi deposti con arte, perché ne risaltasse la bellezza, in grandi cesti, e portati a compratori locali.
Nei cortili di alcune case si procedeva poi all’“impacatura” e all’essiccazione dei fiori. Circa cinquanta operaie, fra donne e ragazzine, toglievano ai gambi alcune foglie ingiallite, poi, aperta e piegata la corolla, disponevano le stelle in fogli, ciàrtons, color carta da zucchero, in numero di cento per foglio.
Durante l’inverno altre operaie sceglievano i fiori a seconda della loro grandezza e li usavano poi per comporre quadretti, mazzetti e cartoline. La raccolta delle stelle durò fino alla fine degli anni Sessanta e oggi la Stella alpina è protetta dalla L.R. 34/1981.
Festival Internazionale del Folklore
È un coloratissimo incontro di popoli e tradizioni che si tiene ogni ferragosto ad Aviano. Giovani provenienti da paesi di tutto il mondo si incontrano in nome della musica e della danza popolare dando vita ad uno spettacolo entusiasmante che attrae ogni anno un pubblico numeroso.
Anima della manifestazione, assieme alla Pro Loco di Aviano e l’Unione Folclorica Italiana, è l’ormai storico Gruppo Danzerini di Aviano “Federico Angelica”, che con la sua storia antica di ben duecento anni continua a tener viva la cultura di queste terre.
I primi danzerini avianesi si esibivano durante feste private, matrimoni e manifestazioni, ma durante l’800 prepararono spettacoli anche per imperatori e re. Da allora continuano a far rivivere danze come il Bal di Barcis, la Stàjare e la Lavandera, la Spazzacamin e l’Avianese, entrate ormai nel loro repertorio consueto. La sua sede, in via F. Angelica ad Aviano, ospita un piccolo ma interessante museo del costume popolare e della vita contadina.
La roggia “scomparsa”di Aviano, una storia di 529 anni
Nel 1445 Aviano conobbe un’autentica rivoluzione che modificò e migliorò definitivamente le sorti della sua economia: fu la costruzione della roggia, che risolse il grosso problema dell’approvvigionamento idrico e il conseguente forte limite allo sviluppo di ogni tipo di attività, da quelle agricole a quelle artigianali.
L’arrivo dell’acqua ne rappresentò la soluzione permanente. Era finalmente possibile irrigare i campi creando i presupposti per una rinascita dell’agricoltura; le “borre” potevano essere trasportate per galleggiamento fornendo legname da brucio e d’opera per uso domestico o artigianale, ma soprattutto era stato trovato il modo per far giungere a Venezia il legno necessario all’arsenale per la costruzione di navi e alle fornaci di Murano per la fabbricazione del vetro.
La macinazione del grano non necessitò più di mortai di pietra azionati a mano, ma avvenne più agevolmente nei mulini.
Lo scorrimento dell’acqua favorì inoltre lo sviluppo dell’industria del battiferro e del battirame, assieme al taglio della pietra che in questa zona veniva compiuto con grande maestria.
Nella cittadina comparvero i lavatoi, veri centri di socializzazione per le donne che vi si recavano a fare il bucato.
Dopo aver portato a lungo beneficio, la roggia scomparve nel 1974, per servire esclusivamente all’irrigazione agricola.


















