Il Cansiglio
A cavallo fra le Province di Treviso, Belluno e Pordenone, l’altopiano del Cansiglio è una grande conca chiusa di origine tettonica formatasi verso la fine del Terziario a causa della collisione fra la placca continentale africana e quella europea. L’area friulana dell’altopiano e del massiccio del Monte Cavallo è interamente costituita da calcari del Cretacico formatisi in un “complesso di scogliera” che si allungava a N.E. fino a Barcis, dividendo una laguna interna (le attuali pendici verso la pianura, con i calcari porcellanacei) dal mare aperto e via via più profondo (il solco bellunese, entro il quale frequenti erano i crolli della barriera corallina stessa). Le rocce, ricchissime in fossili, sono state dapprima sollevate, piegate e fratturate in vario modo, poi modellate dagli agenti atmosferici; tra questi un fenomeno che si presenta molto accentuato è quello carsico sia superficiale che profondo. Basti pensare che ogni anno per ogni km2 viene asportata per dissoluzione una quantità di roccia calcarea di circa 30 t. Le cavità e gli abissi conosciuti e catastati sono oltre 200, per la maggior parte verticali e alcuni con formazioni di ghiaccio semi-permanente, ma i più noti al pubblico rimangono il Bus de la Genziana in Veneto (profondo 588 m e con uno sviluppo di circa 3 km) e il Bus de la Lum in territorio friulano (-180 m, in passato tristemente famoso per vicissitudini legate a eventi bellici). Il Bus de la Genziana è stato di recente attrezzato e messo in sicurezza nel tratto iniziale per un uso didattico-scientifico: ospita dei laboratori e una stazione geofisica per lo studio delle maree terrestri (le deformazioni della crosta terrestre) e degli eventi sismici; è la prima Riserva Naturale Speleologica d’Italia, gestita dal Corpo Forestale dello Stato. Nelle vicinanze del Bus de la Lum, che si apre in Comune di Caneva, recenti scavi archeologici hanno restituito migliaia di manufatti in selce che dimostrano la frequentazione del Cansiglio già in epoca preistorica, databile fra l‘Epigravettiano evoluto e l‘Epipaleolitico circa. Durante i periodi freddi del Quaternario solo una piccola lingua del ghiacciaio del Piave è giunta, passando da Palughetto, fino in Valmenera. Ghiaciaietti locali hanno occupato, erodendoli, i versanti più elevati dando origine a catini ben riconoscibili; l’altopiano e le cime sono rimaste sostanzialmente libere dai ghiacci, come gli attuali “nunatakker” artici, ed hanno così potuto offrire un sicuro rifugio a numerose specie floristiche. Il Giardino Botanico Alpino “Giangio Lorenzoni” in Pian del Cansiglio (BL) ospita oggi, in un’area di soli 3 ha, la metà delle circa 1500 specie di piante vascolari stimate per il comprensorio Cansiglio-Cavallo-Col Nudo e loro propaggini esterne.
La caratteristica forma a catino del Cansiglio, con le tre grandi depressioni centrali, tende naturalmente ad intrappolare l’aria più fredda: si ha perciò una inversione termica con aria più calda in alto e più fredda in basso. La vegetazione si stratifica così in modo inverso: sul fondo dei catini si ripropone la vegetazione erbacea tipica dell’alta montagna simile a quella che rincontriamo salendo il Monte Cavallo; un anello continuo ad abete rosso occupa l’orlo delle grandi depressioni e il faggio, misto ad abete rosso e abete bianco in basso, lo troviamo in forma pura e coetanea più in alto, ove il clima si presenta più spiccatamente oceanico. La faggeta, vero tesoro del Cansiglio per la spettacolarità delle piante colonnari, crea una volta continua e la luce nella stagione vegetativa filtra a malapena; il sottobosco è scarso e sopravvive solo la flora nemorale, a fioritura precoce; le radure invece sono popolate da fiori, erbe, felci e frutti di bosco, andandosi così ad arricchire di presenze faunistiche che se nella faggeta trovano rifugio, nelle radure e ai margini del bosco trovano sostentamento. L’attività venatoria in Cansiglio è preclusa ormai da moltissimi anni, pertanto l’incontro con gli animali non è raro, soprattutto nelle ore crepuscolari e negli ambienti più consoni per ogni specie.
La fauna che si incontra nel Cansiglio è numerosa e varia: il cervo durante la stagione degli amori, in prossimità delle lame d’abbeverata, nei quartieri di svernamento esposti alla pianura; il capriolo nelle radure e dove la morfologia del suolo è più tormentata; il gallo cedrone ove la foresta è più matura e ricca di sottobosco; rapaci diurni e notturni, uccelli di passo e stanziali, roditori, piccoli e grandi carnivori predatori; indizi certi di presenza e avvistamenti diretti di orso bruno e di lince lasciano ben intendere la “salubrità ecologica” di questo grande territorio, confinante con altri talvolta piuttosto antropizzati (l’Alpago, la pianura veneta e friulana), talvolta ancora primordiali e selvaggi (la dorsale del monte Cavallo e verso la Valcellina).
Le malghe
Un progetto Interreg Italia-Slovenia per la valorizzazione dell’attività alpicolturale ha visto lo studio e il censimento delle malghe della dorsale Cansiglio-Cavallo, alcune attraversate dall’itinerario. Delle 50 malghe presenti nel secondo dopoguerra, oggi ne vengono utilizzate circa la metà, gestite da 13 aziende agricole pedemontane. Le malghe, di proprietà pubblica, appartengono ai comuni di Cordignano, Caneva, Polcenigo, Budoia, Aviano, Barcis, Montereale Valcellina e alla Comunità Montana del Friuli Occidentale. Grazie alla disponibilità di pascolo e acqua per gli animali, e alla presenza di strutture funzionali e accessibili, il processo di abbandono qui è stato meno importante rispetto alle malghe più interne delle Alpi nord-orientali friulane e slovene.
Il termine malga, che sostituisce in Friuli il più antico la mont, viene utilizzato per indicare una o più zone pascolive e l’area dove sorgono gli edifici, costituiti dalla casera e dalla stalla. La casera (casera del fôc) rappresenta l’edificio principale della malga e viene utilizzata per l’alloggio e la lavorazione del latte. Nella dorsale Cansiglio-Cavallo l’antica tipologia costruttiva prevedeva il tetto in paglia, le mura a secco, e un’unica porta sulla facciata anteriore. Oggi le casere, in gran parte ristrutturate, presentano elementi tradizionali, primo fra tutti il focolare, e moderni. Un tempo ogni malga possedeva una o più stalle per il ricovero degli animali, di aspetto simile alla casera e dotate di un sottotetto, dove veniva riposto il fieno per poterli alimentare nelle giornate piovose. Negli ultimi anni alcuni interventi hanno permesso la realizzazione di stalle moderne dotate anche di sistemi di mungitura meccanizzati.
La malga oggi è in grado di soddisfare anche le nuove esigenze turistiche, legate alla fruizione del paesaggio montano e alla scoperta dei sapori tradizionali. Gli alpeggi della dorsale sono dotati di spacci per la vendita diretta dei prodotti e di locali per la ristorazione e l’alloggio dei turisti.
La gestione delle malghe è affidata al malgaro. Un tempo questa figura alpeggiava gli animali appartenenti a più aziende della pedemontana e le produzioni venivano utilizzate per l’autoconsumo o vendute a valle. La giornata in malga iniziava alle quattro del mattino con la mungitura delle pecore, seguita da quella delle vacche.
Il latte veniva lavorato dal malgaro nella caldiera di rame subito dopo la mungitura, mentre i ragazzi portavano gli animali a pascolare. Nel tardo pomeriggio, effettuata la seconda mungitura, gli animali continuavano a pascolare fino all’imbrunire. Oggi generalmente il malgaro montica solo il bestiame della propria azienda e vende parte dei prodotti direttamente in malga. Le attività sono le stesse di un tempo, favorite però dalle migliori condizioni di lavoro.
Gli animali che utilizzano i pascoli della dorsale Cansiglio-Cavallo sono principalmente bovini da latte, ovini (da latte e da carne), caprini ed equini. Il periodo di pascolamento inizia generalmente nella prima decade di giugno e termina nella terza di settembre, circa 100 giorni, con l’eccezione delle malghe che monticano ovini, in quanto i pastori conducono le greggi sui pascoli montani per un periodo più lungo (maggio-novembre).
Le razze bovine sono principalmente la Pezzata Rossa, la Bruna e la Grigia Alpina, che ben si adattano alle condizioni di pascolamento in montagna, mantenendo discrete produzioni nel corso della stagione di monticazione. I bovini, vista la loro mole, utilizzano le aree pianeggianti con vegetazione ricca e continua.
Le ridotte dimensioni degli ovini e dei caprini permettono l’utilizzo di aree più pendenti, come i pascoli di versante e le aree rupestri. Tra le razze ovine l’Alpagota, originaria appunto del vicino Alpago e considerata in via d’estinzione, viene impiegata per la sua rusticità e per l’attitudine alla produzione della carne.
Il progetto denominato “Modelli di sviluppo delle attività agro-zootecniche in ambiente montano per la conservazione del territorio e la valorizzazione dei prodotti locali” è stato finanziato dall’Unione Europea, coordinato dalla Direzione Regionale delle Risorse Agricole Naturali, Forestali e Montagna della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, e condotto dal Settore Agricoltura Aziende Sperimentali e Dimostrative (SAASD) della Provincia di Pordenone e dal Dipartimento di Scienze Animali (DIAN) dell’Università di Udine.
La pubblicazione “Le malghe della dorsale Cansiglio-Cavallo” è disponibile presso la Provincia di Pordenone tel. 0434 229501.
Per altre informazioni:
Le sorgenti
Lungo la pedemontana, cercando di rintracciare più in basso le acque sparite nelle fessure delle Prealpi, si incontrano due sorgenti che, per la loro bellezza naturalistica, rendono celebre Polcenigo.
La sorgente della Santissima
È una fonte perenne che sgorga copiosa ai piedi del massiccio calcareo delle Prealpi cansigliesi.
L’acqua, che emerge da una bocca semicircolare abbastanza ristretta, genera poi diversi rivoli che subito si uniscono a formare un unico corso d’acqua, che scorre lentamente attraversando la pianura: è il Livenza, che si arricchisce strada facendo grazie ad altri affioramenti.
Sono numerose le specie vegetali acquatiche che formano sul fondo della fonte un rigoglioso tappeto verde: basti ricordare la sedanina verde, la coda di cavallo acquatica e il ranuncolo acquatico.
Fin da tempi remoti la sorgente è stata sede di riti propiziatori legati alla sacralità delle acque.
Qui per secoli i pellegrini provenienti anche da molto lontano si sono recati a invocare il beneficio della salute, della fertilità, della vista e della vita. Ma il bene tanto auspicato dalla pietà popolare era anche quello della pioggia, per cui si andava a cior la piova a la Santissima, fermandosi dinnanzi un piccolo sacello costruito nel Medioevo e attingendo l’acqua limpida per bagnarsi viso e occhi. Accanto è stata costruita una chiesetta tre-cinquecentesca dedicata alla Santissima Trinità che, secondo la tradizione, sarebbe apparsa all’imperatore d’oriente Teodosio la prima domenica di settembre del 473, mentre si riposava durante una campagna militare.
La sorgente del Gorgazzo
È un incantevole specchio d’acqua dall’intenso azzurro cangiante che contrasta mirabilmente con la bianca roccia da cui è abbracciato. Sito di incommensurabile valore naturalistico, la sorgente è alimentata dalle acque che, inabissatesi nelle fenditure dall’altopiano del Cansiglio, riappaiono dopo un lungo e tortuoso tragitto sotterraneo solo in parte conosciuto nel corso di numerose esplorazioni subacquee.
Alimentata ad intermittenza a seconda delle precipitazioni in montagna, la fonte dà vita al torrente Gorgazzo, che attraversa la cittadina e, dopo aver formato delle piccole cascate, confluisce nel Livenza.
Chiamata in dialetto “el Buso”, la sorgente si trova citata per la prima volta nel XIII secolo col termine di “Gorgatio”. Gorgazzo è anche il nome del borgo cresciuto attorno alla sorgente, piccolo nucleo abitato interessante per la tipicità dell’architettura basata sull’utilizzo di materiali locali come il legno e soprattutto la pietra, proveniente dalle cave di Caneva e abilmente lavorata dagli scalpellini locali, i taiapiera che per secoli l’hanno impiegata per i sontuosi palazzi veneziani, ma anche per le proprie abitazioni.
Seguendo il corso del Livenza, le cui rive sono rivestite di una fitta vegetazione arborea di ontani e salici, si giunge alla pianura polcenighese, zona in cui le acque riaffiorano in mille punti: sono polle, fontanili e piccoli laghetti circolari di diametro variabile e profondità massima di qualche metro che rendono il terreno perennemente irrigato e determinano l’ambiente delle “acque molli”: vi crescono piante acquatiche come la lingua d’acqua e, attorno ai piccoli bacini, grandi erbe palustri come la carice pannocchiuta o la carice stretta.
In tale area, fin da epoche molto lontane, si è diffusa la pratica colturale della marcita. Introdotta dai Certosini di Chiaravalle nella bassa pianura lombarda prima del XV secolo, la consuetudine di far marcire l’ultimo taglio dell’anno sui prati è stata adottata anche nelle zone umide della nostra pianura. Essa permette di ottenere un abbondante sfalcio anche durante la stagione invernale grazie ad un particolare accorgimento: dall’autunno alla primavera si fa scorrere sui prati un sottile velo d’acqua di risorgiva che, data la temperatura costante, protegge il prato dal rigore dell’inverno, favorendo ed incrementando la crescita dell’erba.
“Prendete il colore dello smeraldo, quello delle turchesi, quelli dei berilli, gettateli in un mare di lapislazzuli, in modo che tutto si fonda e ad un tempo conservi l’originalità sua propria ed avrete la tinta di quella porzione di cielo liquido che si chiama il Gorgazzo!”. È questa la poetica descrizione che Giovanni Marinelli, insigne geografo, fece nel 1877 della suggestiva sorgente del Gorgazzo.











