I sapori

I sapori sono “di confine”, raccolgono cioè il meglio della tradizione veneta e friulana. Così, abbinata ai salumi, al pesce di fiume, ai funghi e alla cacciagione, si può gustare l’immancabile polenta.

Piatti classici sono la minestra di orzo e fagioli; il baccalà; il salàt col cavo, salame cotto con panna acida; il formaggio cotto con le patate e il mus, latte bollito con uova sbattute e sale. Tra i formaggi, il primato assoluto per l’unicità del sapore spetta al “Formai de malga”, prodotto tipico della tradizione dell’alpeggio nell’altopiano cansigliese.

 

La lavorazione del latte

I prodotti lattiero caseari delle malghe della dorsale Cansiglio-Cavallo sono formaggio, prodotto a partire da latte vaccino o pecorino, e ricotta (fresca e affumicata).

Si distinguono nettamente da quelli ottenuti nei caseifici di valle per la complessità e la varietà di profumi e sapori che derivano dall’alimentazione del bestiame, dalle tecniche di lavorazione e dall’ambiente.

La mungitura è l’operazione con la quale si ricava il latte dagli animali e in malga viene effettuata due volte al giorno, al mattino e nel tardo pomeriggio. La regolarità degli orari abitua gli animali ad abbandonare i pascoli e a raggiungere autonomamente la stalla al momento della mungitura.

In passato questa operazione veniva eseguita a mano e richiedeva molto tempo; oggi la mungitura manuale viene eseguita solo nelle malghe che monticano piccole greggi di pecore.

Negli alpeggi con bovini generalmente si utilizzano sistemi meccanizzati, tra questi il più diffuso è quello a secchio, che prevede l’impiego di un gruppo di mungitura mobile collegato ad un recipiente di raccolta del latte. Nelle malghe con molti animali da latte è presente la sala di mungitura, una struttura nella qua­le uno o più operatori possono mungere più animali contemporaneamente.

La lavorazione del latte rappresenta il momento più caratteristico della vita in malga, una tecnica antica nata dall’esigenza di conservare un prodotto altamente deperibile. Il procedimento si basa sulla coagulazione delle proteine del latte, sfruttando l’azione del caglio (una sostanza ricavata originariamente dallo stomaco degli animali lattanti) oppure attraverso l’acidificazione.

La trasformazione casearia prevede diverse operazioni, molte delle quali risultano comuni ai diversi tipi di formaggio.

La lavorazione dei formaggi nelle malghe della dorsale Cansiglio-Cavallo si caratterizza innanzitutto per l’utilizzo di strumenti tradizionali, quali la caldiera in rame su focolare a legna per il riscaldamento del latte, e lo spino per la rottura della cagliata.

Per conservare al meglio le caratteristiche organolettiche del latte di partenza generalmente non viene effettuata la pastorizzazione, ovvero il riscaldamento del latte a temperature elevate. Infine, per favorire la caseificazione e guidare la maturazione del formaggio, durante la lavorazione viene aggiunto del lattoinnesto, latte par­ti­colar­mente ricco della flora microbica utile.

 

I fiori

La dorsale Cansiglio-Cavallo è caratterizzata da una notevole ricchezza di specie vegetali dovuta principalmente alla sua posizione geografica. Durante l’era Quaternaria, infatti, la posizione marginale rispetto ai ghiacciai ha costituito una zona di rifugio per molte specie alpine, mentre l’esposizione ai venti provenienti dall’alto Adriatico ha favorito la diffusione di specie degli ambienti caldi.

I pascoli rappresentano le aree in cui è più facile notare questa elevata biodiversità vegetale. Infatti, accanto a specie comuni come il cardo scardaccio, la festuca rossa e l’arnica, convivono altre specie caratteristiche: il camedrio alpino (Dryas octopetala) e la vedovella celeste (Globularia cordifolia) nelle zone rocciose, il forassacco (Bromus erectus) e caglio zolfino (Galium verum) nei versanti assolati. Sono presenti anche specie tipiche delle praterie alpine come la sesleria (Sesleria varia) e la stella alpina (Leontopodium alpinum).

 

Museo del Ciclismo Toni Pessot

A Caneva si trova il Museo del Ciclismo Toni Pessot.

Grande appassionato di ciclismo e amico di grandi ciclisti che venivano a trovarlo nella sua taverna, Toni Pessot, conosciuto da tutti come “Toni delle biciclette”, ha formato una ricca collezione di foto, ricordi, cimeli, autografi di campioni delle due ruote. L’apertura è su richiesta, rivolgendosi al Comune.

Toni Pessot, cavaliere della Repubblica, era nato a Stevenà di Caneva il 1 marzo 1912. Alpino della "Julia" nel battaglione Tolmezzo, combattè in Albania, in Grecia e in Russia e poi nella Resistenza.

A conflitto concluso, aprì nel suo paese una caratteristica taverna, che divenne ben presto un punto di riferimento per il ciclismo agonistico del Veneto e del Friuli e che accolse grandi campioni e dirigenti di diversi sport e giornalisti di ogni parte d'Europa.

Fu lì che nacque quello che tutti gli sportivi ricordano come il Museo di Toni Pessot: cimeli di ogni tipo: dalle maglie tricolori di Binda, Guerra, Girardengo, Leoni, Baldini, Pizzali, Bitossi, Dancelli, Albani, Fontana, Mealli, De Filippis; iridate di Learco Guerra, Fausto Coppi, Schotte, Bevilacqua, Scherens, Ferdy Kuebier, Baldini, Merckx, Van Loy, Maspes, Beghetto, Adorni, Basso, Renato Longo e Monserè; rosa del Giro d'Italia di Coppi, Bartali, Magni, Pambianco, Motta, Balmamion, Nencini, Anquetil, Gaul, Gimondi, Merckx, Adorni; gialle del Tour de France di Coppi, Bartali, Koblet, Nencini, Gimondi, Merckx, alla bicicletta di Bottecchia, dai guanti di Camera e di Nino Benvenuti a migliala di ritagli di stampa, fotografie, dediche.

Le sue doti migliori furono - per giudizio unanime di chi ebbe modo di conoscerlo - l'onestà, la cordialità, la bontà d'animo. Proverbiale era la sua amicizia con Gino Bartali.

Tenace promotore del ciclismo locale, fu presidente dei Gruppi Sportivi "Casagrande" di Sacile e di Caneva, del Veloclub Canova e presidente regionale della Federazione Ciclistica Italiana.

 

Il fico di Caneva

La coltivazione del fico nero, localmente chiamato “figomoro“ è diffusa nel comune di Caneva da tempi remoti, come dimostrano parecchie testimonianze ritrovate. Il particolare microclima dell’area pe­de­mon­tana, collocata a ridosso tra le Prealpi e la pianura veneto-friulana, la diversità dei sali minerali del sottosuolo, tra cui tanto calcare, potassio e magnesio, oltre alla collocazione delle piante in declivi decisi, conferiscono ai frutti della zona irripetibili caratteristiche qualitative e organolettiche, tali da renderlo famoso e ricercato.

Il suo pregio è storicamente riconosciuto, tanto d’aver costituito un’importante disponibilità alimentare per le sue doti energetiche e medicali, soprattutto in tempi di carestie o “difficili”.

Dal XIV al XIX secolo, e successivamente fino a qualche decennio fa, la sua presenza era nota nella Serenissima Repubblica Veneta, nel Bellunese e nel Patavino, ove si trova anche oggi nei mercati zonali, grazie ad una commercializzazione ad opera di veri ”cultori dei sapori”.

Le piante, spesso molto vecchie, sono sparse sul territorio, qualche volta abbinate alla coltivazione della vite o del gelso, molto più spesso spontanee, nate in modo casuale nei prati in declivio o in zone impervie.

Nel comprensorio ne sono state censite oltre 900, ma si ritiene che il numero più giusto superi le 1000 unità, il che, in peso, significano circa 800 quintali di prodotto.

Con queste premesse, e dalla volontà della gente, è nata l’idea di costituire un apposito Consorzio che sovrintenda, salvaguardi e promuova la produzione, individuando il percorso da seguire affinché questa possa proporsi come collettore di un intero sistema nel quale la Comunità esprima le proprie possibilità complessive, allargandosi anche con altre esperienze simili da ricercarsi al proprio interno.

 

Le tradizioni

Le manifestazioni a Caneva e dintorni sono numerose e importanti per l’entusiasmo con cui vengono organizzate e il grande richiamo di pubblico.

 

Il Panevin Grant di Caneva rispecchia nelle sue caratteristiche tutto l’orgoglio della comunità assieme alla volontà di ritrovarsi attorno ad un’antica tradizione. Coi suoi 32 m di altezza e un perimetro di 50 m, costituisce un caso davvero eccezionale in Friuli Venezia Giulia.

I lavori iniziano fin dalla metà di dicembre. Alla sommità del palo di sostegno vengono unite delle canne d’India per rispettare la consuetudine che vuole un segno “de verdo” sull’enorme catasta, che viene abilmente costruita utilizzando circa cento rimorchi di scarti vegetali provenienti dalla potatura delle viti e dalla pulizia di fossi e siepi.

Vien pan, vien vin, vien segala e segalin, vien menù, vien perù, vien la grathia de Gesù jj…ppp…anevin!!!

Questa l’invocazione che ancor oggi accompagna le antanie, litanie recitate in onore dei Santi mentre il fuoco si innalza dal grande falò.

Il Pagalosto è un gioco di bocce che presenta la particolarità di svolgersi nei campi. Per la disputa vengono scelte località che non sono solitamente accessibili, ma lo diventano in questa occasione, con l’obiettivo di permettere la conoscenza e la valorizzazione del territorio. L’origine del gioco si perde nella notte dei tempi, probabilmente risale a migliaia di anni fa, nell’ambito della civiltà celtica, che ne aveva fatto una sorta di rito di iniziazione per i giovani maschi del villaggio. Negli altri paesi dove si è conservata la tradizione (Austria, Germania, Francia, Belgio) è stato mantenuto anche l’uso simbolico di concludere la partita gettando la boccia nell’acqua, come auspicio di fertilità. A Caneva è stata data particolare importanza all’aspetto conviviale, per questo la tradizione vuole che si giochi a soldi: ogni penalità vale l’ammontare di un’ombra, in modo tale che, alla fine della giornata, ci sia denaro sufficiente per pagare un banchetto a cui tutti sono invitati. Inoltre, la famiglia che “ospita” l’evento offre bevande e spuntini a giocatori e pubblico e se la compagnia “fa tappa” presso un’osteria, l’oste è tenuto a pagare da mangiare e bere a tutti.

Legata alla storia della cittadina è la Festa medioevale, che si tiene presso le rovine del castello. Si tratta di un evento che viene pazientemente organizzato lungo tutto l’arco dell’anno e che colpisce per la volontà di correttezza filologica della rievocazione. Tutto richiama con esattezza i fatti di un tempo: gli eventi, tratti dalle cronache cittadine, ma anche i costumi, che una squadra di abilissime sarte si premura di confezionare con destrezza curando i minimi dettagli.

 

La ricetta

Gnocchetti di ricotta e “denti di leone”

Predisposti in una terrina 500 gr. di ricotta, aggiungere 5 uova, 4 cucchiai di formaggio stravecchio di latteria, due cucchiai di farina OO, 300 gr. di “denti di leone” (tarassaco) cotti, strizzati e tritati.

Mescolare delicatamente per rendere il composto omogeneo.

Con le mani bagnate fare delle palline, schiacciandole fino a formare dei dischetti di 3-4 cm di diametro. Portare ad ebollizione dell’acqua salata, versare gli gnocchetti e cuocerli per alcuni minuti. Toglierli con una schiumarola e condirli con burro e salvia cospargendoli di abbondante formaggio stravecchio

grattugiato.

 

La rivista

Nel 1994, dopo alcuni incontri e riflessioni avuti con studiosi di storia locale e l’avvallo dei paesani, è nata “La Mont”, rivista di studi su Mezzomonte. L’intento della rivista era ed è quello di non far dimenticare momenti di vita mezzomontina, di conservare i  documenti e al dialet, una parlata che a detta di studiosi meriterebbe più attenzione, e di far conoscere la cultura del luogo. I volumi vengono pubblicati con cadenza biennale.

 

La sagra dei Sest

L’arte millenaria della cesteria trova nella Sagra dei sest di Polcenigo una sorta di celebrazione dalle origini lontane; iniziata forse già nel ’400, la tradizione si è mantenuta attraverso i secoli rinnovandosi annualmente la prima domenica di settembre.

La festa si teneva originariamente presso il Santuario della Santissima Trinità a Coltura, località che era normalmente di grande richiamo, ma che lo diveniva ancor più in occasione di questa fiera, come attestano i documenti che parlano della presenza di diverse apothecas, probabilmente bancarelle mobili.

Le merci vendute erano varie, ma pare che la coincidenza col periodo delle vendemmie e della raccolta del granoturco facesse aumentare la richiesta dei cesti di vimini necessari per quei lavori.

Nella civiltà contadina i cesti erano oggetti assolutamente necessari e impiegati come contenitori per gli usi più diversi. L’arte di intrecciare i vimini non apparteneva ad uno specifico professionista, ma era patrimonio di ogni artigiano, contadino o pescatore che, nei tempi di pausa dal lavoro, si dedicava alla paziente costruzione dei cesti.

Oggi la Sagra dei sest di Polcenigo rappresenta l’unico mercato specializzato del genere in Friuli, ma sono ormai rari i prodotti italiani poiché pochi sono gli artigiani che li fabbricano.

Dal Novecento la festa si è trasferita in centro, in Piazza Plebiscito, dove accorrono migliaia di persone provenienti da tutto il Triveneto.

 

L’arte della carbonizzazione

Il carbone è un materiale che non fa più parte della nostra vita quotidiana, ma che un tempo era largamente diffuso e impiegato tanto da costituire l’elemento base per molte operazioni, dal riscaldamento dei bracieri al funzionamento dei ferri da stiro, dalla formazione dei filtri alla confezione delle pile a secco. La sua produzione nell’Alto Livenza era legata alle particolari condizioni dell’economia della zona: data la conformazione fisica del territorio che escludeva la pratica dell’attività agricola, silvicoltura e pastorizia costituivano le sole alternative per una popolazione che disponeva di mezzi molto limitati. Ricavare carbone dalla legna, inserendosi tra i lavori che si svolgevano nel bosco, rappresentava un’ulteriore possibilità di occupazione.

Per la mancanza di viabilità interna di servizio, il bosco ceduo veniva sfruttato solamente ai margini evitando così, per quanto possibile, i problemi di trasporto verso l’esterno; da questo punto di vista il carbone poneva meno difficoltà poiché era leggero e poteva essere trasportato a spalla.

Le figure professionali che possedevano le tecniche e l’abilità necessarie erano i “carboneri”, che in primavera partivano con le proprie famiglie per stabilirsi nel bosco fino alle prime nevi autunnali. Lì costruivano dei rifugi provvisori, fatti di tronchi e pietrame alle pareti e coperti con ramaglie, tronchi, cortecce, fogliame o muschio. Mancando le sorgenti (a causa del ben noto fenomeno del carsismo in quest’area), l’acqua era quella che si riusciva a raccogliere all’interno di lame naturali o artificiali. Il processo che portava alla trasformazione del legno non era semplice e richiedeva la costruzione di una carbonaia, ovvero una struttura a forma di paraboloide secondo le seguenti fasi di lavoro:

- scelta dell’aia (l’ajal) su cui erigerla, compiuta valutando la vicinanza all’acqua (per il controllo del fuoco), i venti e il tipo di terreno che facilitasse il tiraggio;

- erezione della catasta (el pojat), che seguiva uno schema preciso di disposizione verticale dei pezzi di legname attorno ad un palo, che, una volta tolto, creava lo spazio per il camino; la copertura, costituita da ramoscelli, foglie e uno strato di terriccio compattato, serviva ad evitare la combustione troppo rapida;

- accensione, che avveniva con l’introduzione di tizzoni ardenti attraverso il camino; per evitare che il legno bruciasse troppo rapidamente, la catasta si accendeva di sera, quando l’aria era più fresca e “ferma”;

- scarbonatura, ovvero l’estrazione del carbone, che veniva effettuata dopo circa 10-15 giorni dall’accensione, riempiendo progressivamente le aperture prodotte per evitare che l’aria riattivasse la combustione;

- imballo in sacchi da 50 kg, previa selezione dei pezzi di carbone.

Una catasta di circa 100 quintali di legname poteva rendere dai 15 ai 20 quintali di carbone.